Nell'economia di un sistema capitalista, la moneta rappresenta nominalmente il mezzo di scambio tra merci oppure di valorizzazione delle ore lavorate. Ciò è sempre stato valido fintanto che il denaro è stato gestito da enti controllati direttamente o indirettamente dagli Stati ovvero dai cittadini per il tramite dei propri rappresentanti. Uno degli obiettivi del capitalismo finanziario è stato, però, quello di impadronirsi del controllo della moneta, portando quindi la politica, cioè i rappresentanti dei cittadini, a dover rispondere a logiche imposte non dal mandato elettorale, ma piuttosto da interessi di privati, che decidono se, chi e a quali condizioni finanziare. Questa dinamica genera chiaramente una prevaricazione del sistema democratico, in quanto non è più l'interesse del popolo, espresso tramite il mandato elettorale, conferito per mezzo delle elezioni, a guidare l'azione politica dei governi, ma piuttosto interessi di privati che hanno l'obiettivo di massimizzare il proprio profitto.
La privatizzazione della moneta e la gestione delle politiche valutarie e monetarie ha rappresentato il raggiungimento di un obiettivo fondamentale da parte dei capitalisti, in quanto, in questo modo, essi possono controllare l'inflazione, presentata spesso fallacemente come la tassa sui poveri - governi con leve monetaria e valutaria avrebbero gli strumenti per prendere le adeguate contromisure ribilanciando il potere d'acquisto -, quando invece è molto più una tassa sui ricchi, in quanto un aumento dell'inflazione di una certa percentuale rappresenta, allo stesso tempo, l'erosione di un patrimonio di un pari percentuale. (Va da sé che, in valore assoluto, l'erosione di una percentuale di patrimonio di miliardi di euro rappresenta una perdita molto più grave dell'erosione della stessa percentuale su un patrimonio di qualche decina o centinaia di migliaia di euro). Questo ci fa capire, a corollario, perché è stato fondamentale per i capitalisti il controllo dei mezzi di (in)formazione: per poter raccontare la narrazione più funzionale ai loro interessi, presentandola come interesse generale - “l'inflazione va tenuta bassa a vantaggio dei meno abbienti”.
Ma quali sono stati i passaggi fondamentali tramite i quali i capitalisti hanno ottenuto il controllo della moneta?
Il primo, non necessariamente negativo, è stato quello di rendere le monete fiat con la fine del Gold Standard ovvero l'ancoraggio al valore dell'oro tramite il dollaro e l'inizio della fluttuazione dei tassi di cambio. Questo fenomeno ha facilitato la possibilità di supportare gli investimenti, accettando il rischio di un aumento dell'inflazione. Dal momento in cui erano gli Stati a tenere sotto controllo le politiche monetarie e valutarie, garantendo al popolo di esercitare la propria sovranità tramite i suoi rappresentanti, questo passaggio non ha rappresentato, in quel momento, un evento negativo.
Negli stessi anni si è dato il via alla libera circolazione dei capitali, che gradualmente ha posto le basi per le oligarchie capitaliste per sfruttare le classi lavoratrici e massimizzare i profitti. Questa concessione ha, di fatto, permesso di trasferire grandi patrimoni, rompendo il meccanismo virtuoso su cui si era basato fino a quel momento il capitalismo: la classe lavoratrice acquista i beni che produce e, quindi, la ricchezza si ridistribuisce automaticamente all'interno dello stesso sistema economico. Con la libera circolazione dei capitali è stato possibile per le aziende, invece, andare a produrre dove la manodopera costa meno e, poi, pagare le tasse dove la tassazione è più bassa, oltre che investire solo dove le condizioni sono veramente favorevoli per la massimizzazione del profitto, anche se questo significa peggiori per le classi lavoratrici.
Come abbiamo già visto, successivamente per quanto concerne l'Italia, è avventuo il primo passaggio veramente drammatico dal punto di vista dell'integrità della sovranità popolare: la separazione della Banca d'Italia dal Ministero del Tesoro, cioè dal controllo dei rappresentanti del popolo italiano. In questo modo, la Banca d'Italia è diventata indipendente: dovremmo chiederci, diventando indipendente dal popolo italiano, da chi piuttosto è stata resa dipendente. A seguito di questo evento, gli interessi sul debito pubblico sono esplosi, non potendo lo Stato più emettere moneta per acquistare i titoli di debito invenduti sul mercato primario: in pratica si sono create le condizioni per giganti privati (fondi di investimento, banche) per massimizzare il profitto finanziando il debito pubblico italiano.
Fino a questo momento, però, l'economia italiana ha continuato a reggere, anche grazie ad una classe politica costituita da personaggi controversi, ma competenti e operanti nell'interesse del popolo italiano. Dall'inizio degli anni ‘90, però, si è dato il colpo di grazia al sistema economico del nostro Paese, con alcune azioni ben coordinate, sempre dai soliti noti.
Negli anni ‘90, con la legge Amato, si è dato il via alla privatizzazione del settore bancario: gli istituti di credito, diventando società per azioni, non hanno più operato con il fine di garantire supporto all’iniziativa imprenditoriale privata locale e alle famiglie, ma piuttosto si sono focalizzate nel massimizzare il profitto per i propri azionisti. Ciò ha portato alla scomparsa delle realtà di piccolo credito locale, inducendo alla creazione di giganti che investono solo dove il profitto è certo e a rischio minimo, che agiscono sia come banche commerciali che di investimento, dando vita a una commistione che ha storicamente svantaggiato famiglie e imprenditori, rendendogli l'accesso al credito sempre più complicato.
Il colpo di grazia alle economie e, soprattutto, alle classi lavoratrici europee, con quella italiana in testa, è stato poi dato dalla sottoscrizione dell'accordo di Maastricht e dall'ingresso nell'Euro. L'Italia, che aveva la seconda ricchezza privata mondiale e la quarta economia mondiale ad inizio anni ‘90 (con un popolo di 60 milioni di persone, quindi un reddito pro-capite molto alto), si è trovata con una moneta fortemente sovrapprezzata rispetto alla tipologia del suo tessuto economico - piccole e medie imprese faticano a ottimizzare i costi e quindi necessitano di una moneta svalutata per essere competitive sull’export - e con un debito pubblico enorme, che ci ha costretto a fare avanzi primari - sottrarre all'economia con le tasse più di quanto lo Stato rimmette con la spesa pubblica - costantemente dal 1991, fatta eccezione per il periodo della crisi Covid. Avendo perso la sovranità monetaria a causa dell'adozione di una valuta estera, perché tale è l'Euro, l'Italia si è trovata a dover affrontare un vero debito, in quanto, in regime di sovranità monetaria, in realtà il debito pubblico è piuttosto raffigurabile come un investimento che non desta alcuna preoccupazione in sistemi economici evoluti. Dall'ingresso nell'Euro, l'Italia ha effettivamente il fianco scoperto rispetto alla speculazione finanziara - come quella di Soros nel 1992, quando il cambio era fissato nel sistema SME, condizione molto simile alla valuta estera - e al rischio di default - la minaccia con cui i “mercati” hanno indotto alle dimissioni il Governo Berlusconi nel 2011.
Ma chi sono i “mercati”, che, senza un volto, a tal punto indirizzano le nostre vite? Nella teoria neoliberista, il libero mercato, fondato sulla competizione perfetta, garantisce la massima concorrenza e quindi la massima innovazione e le condizioni ottime per i cittadini, in quanto la corsa a fornire prodotti più convenienti ai consumatori, porterebbe ad una riduzione dei prezzi e ad un mercato del lavoro più dinamico. Nella realtà, a seguito di tutti i passaggi descritti in questo articolo, è facile comprendere che il mercato non è affatto libero, ma dominato e orientato secondo la logica degli oligopoli, i più influenti dei quali sono sicuramente quelli della finanza: banche e fondi di investimento. Questi agiscono con la logica del massimo profitto, finanziando solo chi garantisce loro il rischio minore, anche a costo di offrire le condizioni peggiori ai loro popoli: è l'unica alternativa che gli stati hanno, non avendo più il controllo della moneta, avendola piuttosto consegnata in mani private.
L'emblema di questo sistema è la BCE. La Banca Centrale Europea, che è partecipata da tutti istituti di credito privati, ha come unico mandato quello della stabilità dei prezzi, cioè di tenere l'inflazione sotto al 2%. Come riportato all'inizio di questo articolo, l'inflazione, presentata come tassa sui poveri, sarebbe piuttosto un tassa sui ricchi, se gli Stati avessero sovranità monetaria e strumenti come la scala mobile (riadeguamento dei salari all'inflazione, oggi in Europa esiste solo per i funzionari dell'UE). Le banche che partecipano alla BCE, tramite le banche centrali nazionali, in sostanza, le danno il mandato di garantire i loro patrimoni, cioè quello dei grandi capitalisti che detengono le loro azioni. Con Euro e BCE, i Paesi europei aderenti hanno toccato l'apice del neoliberismo, nemmeno gli USA sono arrivati a tanto. Oltreoceano hanno mantenuto, ovviamente, la loro sovranità monetaria tramite il Dollaro e, soprattutto, la Fed (equivalente della BCE) ha un punto in più nel suo mandato: garantire la massima occupazione ovvero l'interesse del popolo americano.
Negli USA l'influenza della politica sulle politiche monetarie e valutarie è ancora forte e la valuta è nazionale; in Europa, invece, c'è vera una indipendenza della BCE dagli Stati ovvero dai popoli e la moneta è in mano ai privati: da anni l'economia europea genera risultati sicuramente peggiori di quelli americani, con costante perdita del potere di acquisto e di produzione industriale. C'è un altro modello, completamente diverso, che sta però funzionando molto meglio di tutti gli altri ed è quello cinese. In Cina, la Banca Centrale è sotto il controllo diretto della politica e così la moneta, mentre lo Stato partecipa in tutte le aziende strategiche e controlla totalmente i settori dei servizi primari. La Cina sta prosperando con questo modello, che non è così lontano da come era quello italiano di 70 anni fa che, in più, aveva la democrazia: la totale privatizzazione della moneta e dell'industria ha portato il nostro paese al declino.

