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FONDATA SUL LAVORO

2021-09-28 00:28

Federico Doricchi

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FONDATA SUL LAVORO

Di tanto in tanto, per questioni di ricorrenza, di opportunismo, di show, di retorica lo sentiamo recitare. Cabarettisti, politici, giornalisti, a lor

Di tanto in tanto, per questioni di ricorrenza, di opportunismo, di show, di retorica lo sentiamo recitare. Cabarettisti, politici, giornalisti, a loro uso e consumo, per questioni di audience o di consenso, lo enunciano come una cantilena. Di cosa stiamo parlando? Dell'Articolo 1 della nostra Costituzione, "la più bella del mondo". Nonché la più vilipesa, in primis da quegli stessi politici che giurano su di essa prima di infangare la Repubblica con le loro azioni.

 

 

L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

 

Ma cosa ne resta del lavoro, in Italia? Cosa ne resta dei principi fondamentali su cui si basa la nostra Repubblica? Dal 1992, annus horribilis nella nostra storia per molteplici ragioni, il leit motiv coincide con una vera e propria aggressione nei confronti dei lavoratori e della ricchezza del popolo italiano.

 

Dal 1960 al 1997, pressoché in maniera costante, l'Italia ha mostrato la capacità di incrementare il pil pro-capite reale (vedi grafico, fonte Ameco). Questo significa che ogni anno il potere d'acquisto dei cittadini aumentava e di conseguenza la loro ricchezza. Negli anni '80 e '90 era la normalità potersi acquistare una casa e mettere su famiglia intorno ai 30 anni. Di certo non possiamo affermare lo stesso riguardo ad oggi.

 

Come tutti sapete, dal 2002, in Italia e altri 18 Paesi europei è stato adottato l'Euro come valuta corrente. Pochi sanno, però, che di fatto il cambio è stato fissato proprio nel 1997. L'accordo che aveva gettato le basi risaliva a 5 anni prima: nel 1992, a Maasctricht, l'Italia e altri 11 Paesi avevano firmato l'accordo fondante dell'Unione Europea e della Banca Centrale Europea, la quale si è subito posta la finalità di garantire la stabilità dei prezzi, cioè mantenere bassa l'inflazione.

 

Il caso ha voluto che proprio il 1992 rappresentasse per il nostro Paese un anno di terribili eventi: le indagini di Mani Pulite avevano appena iniziato a spazzare via la Prima Repubblica, ovvero quella politica che aveva preso una Nazione distrutta dalla guerra, portandola ad essere quarta potenza economica mondiale nel 1991. Politici non certo da prendere come esempi di etica, probabilmente in molti casi da ammirare per competenza, almeno rispetto a quelli di oggi, pescati dalla società civile, chissà con quali criteri e per quali meriti. Sempre nel 1992 iniziava il processo di privatizzazione di tutti i principali asset pubblici italiani, che avevano rappresentato per larga parte la fortuna della nostra economia nei decenni precedenti. Possiamo solo immaginare (forse qualcosa in più) chi furono i mandanti, di certo conosciamo nome, coognome e volto del principale esecutore: Mario Draghi, al tempo Direttore Generale del Ministero del Tesoro, che tenne un solenne e celebre discorso sul panfilo "Britannia", al cospetto dei potenti del mondo. Obiettivo: ridurre il debito, secondo i dettami di Maastricht.

 

Per la teoria macroeconomica dei saldi settoriali, al netto del settore estero, il debito pubblico rappresenta, di fatto, la ricchezza privata di un paese. Il processo che si scatenò dal 1992, per poi accelerare in maniera aberrante dall'adozione dell'Euro, fu quello di accumulo annuale di importanti avanzi primari. Cosa significa? Significa che, tolto il costo degli interessi sul debito pubblico, l'Italia, in maniera pressoché ininterrotta da 30 anni, prende ai suoi cittadini, tramite le tasse, più ricchezza di quanto non spenda per loro con la spesa pubblica (vedi grafico sotto). Di fatto, l'Italia da 30 anni impoverisce il suo popolo per ripagare il debito pubblico.

 

L'adozione dell'Euro, fissando il cambio con conseguente impossibilità di agire su una leva vitale in economia, ovvero quello della svalutazione della moneta, ha poi completato l'opera. Tramite false promesse ("Lavoreremo un giorno in meno guadagnando come se lavorassimo un giorno in più", cit. Romano Prodi), la rinnovata classe politica della neonata Seconda Repubblica, caratterizzata da una classe dirigente in piena continuità sul piano etico, ma in netta discontinuità su quello delle competenze, iniziò ad adoperare nei confronti del popolo italiano un processo di vera e propria beatificazione delle istituzioni europei. A distanza di più di 20 anni, possiamo affermare senza dubbio che ci furono imposti dogmi senza alcuna base scientifico-economica alle spalle, ma soltanto decisioni politiche, calate dall'alto senza interpellare i popoli, che stravolsero la vita di centinaia di milioni di europei negli anni a venire.

 

Il cambio fisso con valuta forte si dimostrò subito un handicap per l'Italia, la cui produzione industriale subì un forte rallentamento, mentre con la Lira era la prima in Europa (vedi sotto). In un contesto di economia stagnante e condizioni sfavorevoli per il nostro Paese, la Germania rafforzò la propria economia anche avvantaggiandosi di deficit di bilancio fuori dai parametri fissati dalle norme di Maastricht (come anche tanti altri paesi, in un momento in cui quelle stesse norme venivano di rado tenute in considerazione) e grazie a leggi, come quelle ideate da Peter Hartz, che contribuirono a introdurre flessibilità nel mercato del lavoro abbantendone i costi e portando a far cresce il pil tedesco, fino a rendere il Paese ad essere la principale potenza economica europea.

 

In questo contesto sostanzialmente favorevole per l'Italia, sopraggiunsero nel 2007 e nel 2012 due pesanti crisi economiche, che determinarono il completamento del cosiddetto ciclo di Frenkel. In un regime di assenza di sovranità monetaria, un paese fortemente indebitato è costretto a tagliare i salari per poter acquisire competetitività ed esportare, ma in tal modo le famiglie tenderanno a richiedere crediti per poter sostenere le spese per le quali i salari non sono sufficienti. Con queste condizioni di partenza, al sopraggiungere di uno shock esterno, si determina una crisi del sistema bancario che non riesce più a vedersi pagati i prestiti elargiti, nonché una crisi del reddito delle famiglie a causa del blocco degli acquisti da parte dei paesi esteri verso cui esportare. In queste circostanze si scatena una spirale deflattiva che erode ulteriormente salari e posti di lavoro e fa esplodere il debito pubblico, poiché lo Stato deve intervenire a copertura del sistema bancario e implementando politiche assistenzialiste a sostegno delle famiglie in difficoltà. La teorica economica vuole che in questo contesto si operi in maniera anti-ciclica, ovvero aumentando la spesa pubblica per far ripartire l'economica e poter ridurre il rapporto debito-pil puntando sulla crescita del denominatore all'interno del rapporto. D'altronde, come diceva Churchill: "Una nazione che si tassa nella speranza di diventare prospera è come un uomo in piedi in un secchio,che cerca di sollevarsi tirando il manico".

 

E' in questa situazione che, nel novembre 2011, arrivò il primo curatore fallimentare dell'Italia, mandato a eseguire gli ordini della BCE, a seguito di pressioni estere )i famigerati mercati e le istituzioni europee) tramite la crisi dello spread. Mario Monti si presentò con grande credibilità internazionale e il compito, teoricamente, di risollevare l'Italia. Destarono, però, sospetto alcune sue dichiarazioni rilasciate alla CNN in un'intervista: "We destroyed domestic demand". Abbiamo distrutto la domanda interna, ovvero annichilito la capacità degli italiani di spendere per consumare ogni genere di bene, anche di prima necessità. Ma perché? Che non abbia letto Churchill? Ritengo, piuttosto, che semplicemente il Professore con il loden fosse stato mandato a garantire che l'Italia potesse ripagare il suo debito pubblico, detenuto in larga parte dagli investitori esteri: seppur al prezzo, per esempio, di creare 350mila esodati con la riforma Fornero, riportò, infatti, in pancia a banche italiane grandi quote di debito pubblico.

 

La crisi, però, non finì con Monti. La crisi finì con poche, semplici, parole del Presidente della BCE, pronunciate nel luglio del 2012: "Whatever it takes". Mario Draghi, in conferenza stampa, affermò che la BCE avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di salvare l'Euro. Non i bambini greci, la cui mortalità aumentò del 43% sotto la guida della Troika e contro i quali adottò misure che portarono la Grecia a dover chiudere i bancomat. Non i milioni di disoccupati in tutti i paesi europi. L'Euro.

 

Addirittura, sembra incredibile a dirsi, la BCE prevede per ogni paese due parametri che definirei perfidi nella loro finalità: l'output gap e il NAIRU. Il primo definisce il pil potenziale che un paese potrebbe avere rispetto a quello che ha attualmente e quindi determina la quota di spesa pubblica che garantirebbe moltiplicatori positivi. Spesa produttiva, si direbbe. Il problema è che i parametri tramite i quali viene calcolato l'output gap non hanno alcuna base economica alle spalle. Il secondo, il NAIRU, fissa la quota di disoccupati che un paese deve avere per garantire la stabilità dei prezzi, ovvero per tenere un'inflazione bassa. In Italia si tratta di 10 milioni di disoccupati, quindi la BCE ritiene che se in Italia ci sono 10 milioni di persone disposte a lavorare per qualcosina in meno rispetto a chi già è occupato, l'infazione rimarrà sotto controllo. Ci raccontano che questo aiuta le classi deboli, poiché l'inflazione rappresenterebbe una tassa occulta.  Durante gli anni in cui il pil pro-capite reale, quindi calcolato tenendo conto dell'aumento dell'inflazione, aumentava costantemente, l'infazione raggiunse anche le due cifre. L'Italia arrivò a essere uno dei paesi, se non il paese, con la più alta ricchezza privata pro-capite al mondo. Ora ci raccontano che per star tutti meglio, soprattutto le classi meno abbienti, è necessario che 10 milioni di persone non riescano a trovare un lavoro. Non credo ci sia bisogno di ulteriori parole per descrivere questo controsenso e lo squallore di chi, politico o meno, ne sostenga da anni la bontà. A chi fa male l'inflazione è abbastanza chiaro, ovvero ai patrimoni, che più grandi sono e più vengono erosi da una piccola perdita di valore del denaro, mentre la stessa perdita di valore tocca minimamente chi vive del proprio salario e di piccoli patrimoni, specie se i salari si adeguano all'inflazione stessa.

 

Viviamo da decenni, in sintesi, in un sistema che favorisce i grandi potentati economici, gli industriali, big tech e big pharma, i fondi di investimento e gli istituti finanziari, a svantaggio della classe media e della classe operaia. La classe media è il vero nemico di questo sistema, poiché quella che grazie alla sua indipendenza economica e quindi, in un sistema capitalista, libertà sociale, può andare oltre la sopravvivenza e organizzarsi per cambiare lo staus quo. Gli attacchi agli oppositori di questo sistema si sono fatti via via più violenti negli anni, fino ad arrivare alla sovversione del voto popolare italiano nel maggio 2018, con un governo fortemente euroscettico negato dal Presidente della Repubblica. Fino, poi, ad arrivare alla cronaca d'attualità, quando lo stesso Presidente Mattarella insieme al principale artefice del ribaltamento del sistema economico italiano, Mario Draghi, mandante della lettera della BCE del 2011 e attore protagonista delle privatizzazioni sul Britannia del 1992, definito "vile affarista" in diretta televisiva da Francesco Cossiga, sono arrivati a negare il diritto al lavoro al popolo italiano, utilizzando la scusa di un'emergenza sanitaria che, durando da due anni, emergenza non può essere, in quanto non più condizione contingente, estemporanea e limitata nel tempo. Facendo leva sulla paura indotta sulle masse dai media conniventi, Draghi impone un lasciapassare per accedere al posto di lavoro, nonostante non ci sia alcuna logica sanitaria dietro, in quanto i vaccinati possono contagiarsi e contagiare e l'unica garanzia sicurezza è data dai tamponi, che rimangono a carico del lavoratore. Un attacco così aggressivo al diritto al lavoro, scolpito nell'Articolo 1 della nostra Costituzione e sicuramente non meno importante del diritto alla Salute, non si è mai visto nella storia della Repubblica, ma ci riporta addirittura agli anni '30 del secolo scorso, quando "bastava" la tessera di un partito per poter lavorare, senza dover introdurre alcuna sostanza nel proprio corpo.

 

L'aspetto più preoccupante della situazione attuale è rappresentato dall'assenza di forze politiche maggioritarie o quasi che portino alla ribalta il tema del diritto al lavoro in ogni suo aspetto, in primis come strumento di dignità per le classi popolari, nonché di inclusione nella società. Un popolo  in un sistema capitalistico può essere unito solo ove non ci siano interessi conflittuali che minano la sopravvivenza di una o dell'altra categoria, pertanto è per i dimenticati diritti sociali che si deve lottare negli anni a venire, sovvertendo una classe politica prona esclusivamente agli interessi dei potentati economico-finanziari di turno, che sta attuando uno scientifico impoverimento della classe media, ultimo flebile baluardo della democrazia.

 

Questo articolo è dedicato a Luana D'Orazio, giovane mamma di un bambino piccolo, deceduta a 22 anni sul lavoro per poche centinaia di Euro al mese: l'utopia che si pone questo blog è di contribuire affinché questi episodi non si verifichino mai più.

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