Abbiamo brevemente raccontato come funzionava il sistema del capitalismo economico, che ha reso prospero l'Occidente dopo la Seconda Guerra Mondiale. Avevamo anche visto, però, in precedenza, che in seguito si è passati ad un capitalismo piuttosto di stampo finanziario. Come e perché è avvenuta questa transizione, se il benessere generato mediamente per i popoli europei e nordamericano era già a livelli eccellenti? Per dare questa riposta dobbiamo necessariamente addentrarci nel mondo delle opinioni, tuttavia a noi risulta piuttosto lampante. I capitalisti conoscono e conoscevano bene le teorie marxiste e quelle derivate, non avevano alcun dubbio dell'esistenza della lotta di classe e di quanto fosse importante per loro vincerla, per garantirsi una posizione di predominio all'interno della società, prevaricando anche i meccanismi di controllo garantiti sulla carta dagli apparati istituzionali e dai processi tipici dei sistemi democratici.
A partire dagli anni ‘70, le classi dirigenti statunitensi cominciarono ad essere oggetto dell’influenza - se non del controllo diretto - della corrente del neoconservatorismo (o neocon). La visione neocon vedeva nel libero mercato, quindi nel neoliberismo, lo schema economico da adottare. Con quale fine? Va sempre ricordato che l'obiettivo finale dell'azione politica è sempre quello della gestione del potere al fine di rendere realtà la propria visione delle cose. Sia i neocon che il neoliberismo hanno la stessa visione dello Stato: semplificando, un ente sostanzialmente dannoso, che ha l'unico effetto di generare costi e inefficienza, danneggiando il welfare e frenando la capacità di produrre ricchezza dall'iniziativa individuale dei cittadini. L'obiettivo, di conseguenza, non può che essere, a loro modo di vedere, quello di ridurne al minimo il ruolo e l'influenza sui cittadini, lasciando al “libero mercato” - e più avanti giustificheremo le virgolette - il compito di regolare tutte le dinamiche economiche e quindi, necessariamente, anche quelle sociali, dal momento in cui viene a mancare l'arbitro nonché il garante di una equa distribuzione della ricchezza generata, ruolo che può competere solo allo Stato. Il neoliberismo o, meglio, le classi dirigenti che lo promuovono, in sostanza, pongono il mercato al di sopra del potere politico ovvero soverchiano il concetto stesso di democrazia. Va da sé che, nel momento in cui viene a mancare l'arbitro, comincia a valere la legge del più forte, che nel contesto capitalistico significa colui che detiene un capitale tale da influenzare il mercato - che così non è più libero, da qui le virgolette - orientandolo nella direzione di maggior rendita per sé, piuttosto che nell'interesse del cittadino, che si trasforma, piuttosto, esclusivamente in mero consumatore.
I capitalisti, che ambivano a divenire rentier - soggetti in grado di alimentare i propri interessi e accrescere i propri patrimoni semplicemente tramite la rendita dei capitali posseduti, piuttosto che intraprendendo attività di imprenditoria ovvero mettendosi nella condizione di dover affrontare il rischio d'impresa -, necessitavano di ottenere due obiettivi fondamentali per soddisfare la loro ambizione: controllare la moneta e le politiche monetarie e valutarie, così da impedire ai governi di ridurre il valore dei loro patrimoni tramite la gestione dell'inflazione, ed innescare una competizione al ribasso tra classi lavoratrici con diritti e potere d'acquisto - frutto di decenni di battaglie per condizioni lavorative migliori - e quelle senza nulla di tutto ciò: da qui la necessità di rendere globale il sistema della finanza, a partire dalla libera circolazione dei capitali. Dagli anni '70 in poi ovvero da quando i neocon hanno preso il controllo delle istituzioni americane - e quindi di quelle europee - ci sono stati dei passaggi ben precisi e scientificamente progettati per ottenere il risultato descritto finora. Nel prossimo articolo vedremo come il capitalismo finanziario ha preso il controllo della moneta e ha scatenato una competizione tra classi lavoratrici, con il solo ed unico fine di vincere la lotta di classe.

